Soul e 'core, ovvero quando il pregiudizio è musicale.

Tra i miei film preferiti, sempre presente nella lista dei "must see", c'è il parkeriano "The Commitments". Nella Dublino a cavallo tra '80 e '90, in pieno dominio U2, un gruppo di ragazzi (e non solo) decide di lanciarsi in un progetto soul al grido di "Say it loud! I'm black and I'm proud".
Nessuno di loro è nero, ma l'iniziale perplessità è superata con un'argomentazione inconfutabile: "gli irlandesi sono i più negri d'Europa, i dublinesi sono i più negri d'Irlanda e noi di periferia siamo i più negri di Dublino".  In effetti, ne esce un gran bel soul e vale davvero la pena vederlo, anche solo per il gusto di scoprire un giovanissimo Glen Hansard con lunghi boccoli rossi. 


Negli anni a seguire - ho la videocassetta, giusto per dare un'idea dell'epoca - di soul ne ho ascoltato a palate, aiutata da altri filmoni, o da serie tv. Penso, per i primi, a Go Now! e alla straziante "I'll never do you wrong" di Joe Tex, o a Soul Kitchen, con Otis Redding in una veste spassosa e meno nota (almeno per me). Quanto alle serie, il merito è in primis delle allucinazioni di Ally Mc Beal a ritmo di "How can I mend a broken heart", ma anche di Moonlighting, con Bruce Willis più bello che mai e un theme firmato Al Jarreau

La passione oggi non è scemata, anzi, negli ultimi anni si è rinvigorita grazie alle diverse chicche del genere. Su queste spicca la Daptone Records, etichetta discografica di Bushwick, Brooklyn, che ha lanciato due giganti del panorama musicale di questi anni: Charles Bradley e Sharon Jones. Proprio sulla storia della Daptone, raccontata in un interessante documentario, pensavo di incentrare il nuovo post, in parte presa dall'onda emotiva per i fatti di cronaca americana (mi riferisco chiaramente all'omicidio di George Floyd e alle proteste che ne hanno fatto seguito).
In quelle pareti intrise di registrazioni tra musicisti di ogni dove ho trovato un ottimo esempio di integrazione e riscatto. Mi piaceva, quindi, l'idea di rendere omaggio a una parentesi positiva di questo controverso paese, ben raccontato nella newsletter di Francesco Costal'autore di "Questa è l'America". La dedica resta e il pensiero anche, ma mi sembra dovuta qualche ulteriore analisi, soprattutto dopo la lettura di un articolo molto interessante del Guardian: "They put us in a little box", how racial tensions shape soul music.

Non ci avevo mai riflettuto, ma in questo stereotipo del soul "musica dei neri" si celano una serie di sottili pregiudizi che attualmente pesano sui giovani emergenti, troppo spesso destinati ad un'operazione di confinamento. Nell'articolo diverse sono le dichiarazioni che fanno riflettere, tra queste quella di Yola, che descrive la difficoltà che ha incontrato come musicista nera nel dimostrare di poter scegliere il proprio stile al di là dello stereotipo della nuova "Etta James". Considerando la candidatura al Grammy come miglior album Americana, direi che allo stato ci è riuscita. 

Dopo aver letto l'articolo, in parte perplessa per le tante semplificazioni che ho sempre fatto sul genere, ho iniziato a spulciare la mia playlist "'soul e 'core" e mi sono resa conto che c'erano praticamente solo autori di colore, per la maggior parte americani (fa eccezione, ad esempio, il britannico Michael Kiwanuka). Non credo, però, che ci sia nulla di strano - salvo l'aver dimenticato St Paul and the broken bones, gruppo southern soul che in realtà adoro - e non farò più un'operazione di questo tipo, perché trovo assurdo dovermi chiedere quale sia l'aspetto di chi canta (il discorso non c'entra nulla, chiaramente, con il fatto che l'icona musicale è sempre fatta di stile, vestiti e presenza scenica). Oggi le contaminazioni sono tantissime (l'articolo cita, ad esempio, l'esperienza di Nathaniel Rateliff) e confido nella loro esponenziale crescita. 
Resta comunque necessario, mi pare evidente, uno sforzo molto più grande di emancipazione collettiva - la musica, su questo, è solo un piccolo spaccato - e non credo, ahimé, che il vecchio continente  possa permettersi di guardare con troppo distacco. 
Martina Bassotti

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